L'intervento di papa Francesco

Risposte al Tavolo Democrazia Diritti

LA PACE VA ORGANIZZATA 

LA PACE VA ORGANIZZATA

«Papa Francesco, sono Mahbouba Seraj, sono venuta qui, nell’Arena 2024, da Kabul, in Afghanistan. Ho sempre creduto in Lei, Santo Padre: Lei è un uomo di pace e Lei può fare molto. Quello che consiglio è che, affinché Lei abbia maggiore successo, dovrà preparare delle istituzioni di pace, dovrà porre tutti i suoi sforzi nella costituzione di istituzioni di pace. Nel mio Paese, l’Afghanistan, noi abbiamo avuto l’illusione della democrazia, l’illusione della pace. Da 44 anni a questa parte, il mio Paese è in guerra e vorrei sapere che si può fare: Lei, Padre, cosa ci consiglia? Ma non solo per l’Afghanistan: il Suo consiglio illuminato vale per tutto il mondo. Come possiamo far funzionare l’opera di pace? E noi siamo tutti al Suo fianco, in questa impresa»

Traduzione dei versi che sono stati pronunciati da Mahbouba Seraj:
“La moschea, La Mecca, il Tempio, sono tutte scuse. La vita di Dio è nella tua casa”.

La risposta di papa Francesco: «La domanda è su quale tipo di leadership può portare avanti questo compito che tu hai espresso così profondamente. La cultura fortemente marcata dall’individualismo – non da una comunità – rischia sempre di far sparire la dimensione della comunità: dove c’è individualismo forte, sparisce la comunità. E questo, se noi passiamo ai termini politici e demografici, forse è la radice delle dittature. Così va. Spariscono la dimensione della comunità, la dimensione dei legami vitali che ci sostengono e ci fanno avanzare. E inevitabilmente produce delle conseguenze anche sul modo in cui si intende l’autorità. Chi ricopre un ruolo di responsabilità in un’istituzione politica, oppure in un’impresa o in una realtà di impegno sociale, rischia di sentirsi investito del compito di salvare gli altri come se fosse un eroe. E questo fa tanto male, questo avvelena l’autorità. E questa è una delle cause della solitudine che tante persone in posizione di responsabilità confessano di sperimentare, come pure una delle ragioni per cui siamo testimoni di un crescente disimpegno. Se l’idea che abbiamo del leader è quella di un solitario, al di sopra di tutti gli altri, chiamato a decidere e agire per conto loro e in loro favore, allora stiamo facendo nostra una visione impoverita e impoverente, che finisce per prosciugare le energie creative di chi è leader e per rendere sterile l’insieme della comunità e della società. Gli psichiatri dicono che una delle aggressioni più sottili è la idealizzazione: è un modo di aggredire.

È questa è una visione ben lontana da quella espressa dal detto bantu: “Io sono perché noi siamo”. La saggezza di questo detto sta nel fatto che l’accento è posto sul vincolo tra i membri di una comunità: “Noi siamo, io sono”. Nessuno esiste senza gli altri, nessuno può fare tutto da solo. Allora l’autorità di cui abbiamo bisogno è quella che innanzi tutto è in grado di riconoscere i propri punti di forza e i propri limiti, e quindi di capire a chi rivolgersi per avere aiuto e collaborazione. L’autorità è essenzialmente collaborativa; altrimenti sarà autoritarismo e tante malattie che ne nascono. L’autorità per costruire processi solidi di pace sa infatti valorizzare quanto c’è di buono in ognuno, sa fidarsi, e così permette alle persone di sentirsi a loro volta capaci di dare un contributo significativo. Questo tipo di autorità favorisce la partecipazione, che spesso si riconosce essere insufficiente sia per la quantità che per la qualità. Partecipazione: non dimenticare questa parola. Lavoriamo tutti, tutti partecipiamo nell’opera che portiamo avanti. Una buona partecipazione che voi descrivete così: «Espressione di domande e proposta di risposte collettive a criticità e aspirazioni, produttrice di cultura e nuove visioni del mondo, energia civile che rende individui e comunità protagonisti del proprio futuro» (Documento Democrazia). In una società o in un Paese o in una città, anche in una piccola impresa, se non c’è partecipazione le cose non funzionano, perché noi siamo comunità, non siamo solitari. Non dimenticare questa parola: partecipazione. È importante.

E una grande sfida oggi è risvegliare nei giovani la passione per la partecipazione. C’è una parolina che dimentichiamo quando diciamo: “faccio io”, “andrò io”… La parolina qual è? Insieme. Questa forza dell’insieme, la partecipazione è questo. Bisogna investire sui giovani, sulla loro formazione,per trasmettere il messaggio che la strada per il futuro non può passare solo attraverso l’impegno di un singolo, per quanto animato delle migliori intenzioni e con la preparazione necessaria, ma passa attraverso l’azione di un popolo – il popolo è protagonista, non dimentichiamo questo –, in cui ognuno fa la propria parte, ciascuno in base ai propri compiti e secondo le proprie capacità. E vi farei io una domanda: in un popolo, il lavoro dell’insieme è la somma del lavoro di ognuno? Soltanto quello? No, è di più! È di più. Uno più uno fa tre: questo è il miracolo di lavorare insieme».