L'intervento di papa Francesco

Risposte al Tavolo Migrazioni

LA PACE VA PROMOSSA

LA PACE VA PROMOSSA

João Pedro Stédile: «Papa Francesco, vi porto un abbraccio forte di tutto il popolo “sem Terra” del Brasile: siamo uniti e preghiamo per te. Porto anche parole del nostro vescovo dei Senza Terra, il vescovo Pedro Casaldáliga Plá, che purtroppo non è più con noi. Egli ci disse: “Maledette siano tutte le recinzioni, maledette siano tutte le proprietà private che ci impediscono di vivere e di amare”. Grazie.»

«Papa Francesco, sono Elda Baggio, operatore umanitario di “Medici senza frontiere” e sono qui con João Pedro Stédile, che ci ha raggiunto dal Brasile e porta con sé tutta la sapienza e l’esperienza del Movimento dei senza terra. Anche a noi sta ovviamente a cuore la pace e la costruzione della pace e abbiamo sperimentato che il primo passo consiste nel mettersi dalla parte dei migranti, delle vittime, ascoltarli, lasciare che possano raccontarsi e far sentire la loro voce. Vivere tutto questo però disarma i nostri cuori, gli sguardi, le menti e rende evidenti le ingiustizie che esistono. Ma non è un passo facile da fare: come vivere questa conversione di prospettiva, questo cambiamento di prospettiva? Che cosa ci può aiutare a farlo?».

 

La risposta di papa Francesco: «È proprio il Vangelo che ci dice di metterci dalla parte dei piccoli, dalla parte dei deboli, dalla parte dei dimenticati. Il Vangelo ci dice questo. E Gesù, con il gesto della lavanda dei piedi che sovverte le gerarchie convenzionali, ci dice lo stesso. È sempre Lui che chiama i piccoli e gli esclusi e li pone al centro, li invita a stare in mezzo agli altri, li presenta a tutti come testimoni di un cambiamento necessario e possibile. Con le sue azioni Gesù rompe convenzioni e pregiudizi, rende visibili le persone che la società del suo tempo nascondeva o disprezzava. Questo è molto importante: non nascondere le limitazioni. Ci sono persone molto limitate, fisicamente, spiritualmente, socialmente, economicamente… Non nascondere le limitazioni. Gesù non le nascondeva. E Gesù lo fa senza volersi sostituire a loro, senza strumentalizzarle, senza privarle della loro voce, della loro storia, dei loro vissuti. A me piace quando vedo persone con limitazioni fisiche che partecipano agli incontri, come in questo caso, perché Gesù non le nascondeva, questa è la verità. Ognuno ha la propria voce, sia che parli con la lingua sia che parli con la propria esistenza. Ognuno di noi ha la propria voce. E tante volte noi non sappiamo ascoltarla perché pensiamo ciascuno alle proprie cose o, peggio ancora, andiamo tutto il giorno con il telefonino e questo ci impedisce di vedere la realtà: tante volte, no?

Come avete scritto nel documento di un vostro tavolo di lavoro, per porre fine ad ogni forma di guerra e di violenza bisogna stare a fianco dei piccoli, rispettare la loro dignità, ascoltarli e fare in modo che la loro voce possa farsi sentire senza essere filtrata. Sempre vicino ai piccoli, perché la loro voce si faccia sentire. Incontrare i piccoli e condividere il loro dolore. E prendere posizione al loro fianco contro le violenze di cui sono vittime, uscendo da questa cultura dell’indifferenza che si giustifica tanto.

Una domanda – io so che voi sapete questo –: abbiamo pensato oggi a quanti bambini e bambine sono costretti a lavorare, lavori da schiavi, per guadagnarsi la vita? I piccoli… Quel bambino che forse mai ha avuto un giocattolo perché deve andare di qua, di là, di là a guadagnarsi il pane, forse nelle discariche cercando cose da vendere… Ce ne sono tanti, di bambini così, che non sanno giocare perché la vita li ha costretti a vivere così. I piccoli: i piccoli soffrono. E soffrono per colpa del maltempo? No, per colpa nostra. Siamo noi i responsabili. “No, Padre, io no, perché io sono…”. Tutti siamo responsabili, tutti siamo responsabili di tutti. Ma oggi credo che il “premio Nobel” che possiamo dare a tanti, a tanti di noi, sia il “premio Nobel” di Ponzio Pilato, perché siamo maestri nel lavarcene le mani.

Ecco, questa è la conversione che cambia la nostra vita, la conversione che cambia il mondo. Una conversione che riguarda tutti noi singolarmente, ma anche come membri delle comunità, dei movimenti, delle realtà associative a cui apparteniamo, e come cittadini. E riguarda anche le istituzioni, che non sono esterne o estranee a questo processo di conversione. Il primo passo è riconoscere che non siamo noi al centro… [vede un uomo anziano che cammina al centro dell’Arena]… al centro c’è questo anziano: è tanto importante come ognuno di noi. Al centro non sono le nostre visioni, le nostre idee. E poi accettare che il nostro stile di vita inevitabilmente ne sarà toccato e modificato. Quando stiamo a fianco dei piccoli siamo “scomodati”. I piccoli ci scomodano, perché toccano, toccano il cuore. Camminare con i piccoli ci costringe a cambiare passo, a rivedere ciò che portiamo nel nostro zaino, per alleggerirci di tanti pesi e zavorre e fare spazio a cose nuove. Allora è importante vivere tutto questo non come una perdita, ma come un arricchimento, una potatura sapiente, che toglie ciò che è senza vita e valorizza ciò che è promettente. Una potatura non è una perdita: è dolorosa, sì, al momento ti toglie qualcosa, ma è una cosa che ti dà vita. Dobbiamo vivere la vicinanza con i piccoli come una potatura. Guardiamo la lista dei piccoli, di tanti “piccoli” che abbiamo noi. E pensiamo a una categoria che tutti noi abbiamo in famiglia, piccoli nel senso, diciamo, di diminuiti per l’età: pensiamo ai nonni. Mi viene in mente una storia molto bella che non è una cosa successa storicamente, è un racconto. C’è una bella famiglia – papà, mamma, figli – e con loro abitava il nonno: vecchietto, già, e mangiava con loro. Ma il nonno, invecchiando, prendeva la zuppa così [fa il gesto con la mano tremolante] e si sporcava tutto. A un certo punto il papà disse, un giorno: “Il nonno domani incomincerà a mangiare in cucina, perché mangia male, e noi così possiamo invitare gente con noi”. Il giorno dopo, il nonno incominciò a mangiare in cucina. La settimana seguente, il papà torna a casa, e c’è il bambino di cinque anni che gioca, e gioca con legni, pezzi di legno… “Ma cosa stai facendo?” – “Ah, un tavolino, papà!” – “Un tavolino? Perché?” – “Per te, quando sarai vecchio”. Stiamo attenti con i vecchi: i vecchi sono saggezza. Non dimentichiamo questo. Lo dico con dolore: questa società tante volte nasconde i vecchi, abbandona i vecchi. Grazie».